Non diamo qui una diffusa trattazione. Ci limitiamo ad appunti di verità che mostrano l’assoluta predeterminazione delle sentenze, con una coerenza interna spaventosa. Una macchina aliena montata con cura maniacale, con un navigatore satellitare che disegna l’itinerario perfetto della condanna e l’equipaggio su misura per il compito.
A) LA STORIA DEL PROCESSO
1. TRIBUNALE, PRIMO GRADO DI GIUDIZIO: 3 (tre) giudici su 3 (tre), cento per cento, di estrema sinistra, appartenenti a Magistratura Democratica. Il risultato è ovvio. Con un’anomalia supplementare: la sentenza non contempla solo il dispositivo, ma vengono contestualmente lette anche le motivazioni che normalmente prendono almeno 60 (sessanta) giorni. Qui neanche un minuto. 26 ottobre del 2012.
2. CORTE D’APPELLO, SECONDO GRADO DI GIUDIZIO: 3 (tre) su 3 (tre), cento per cento, giudici di estrema sinistra. Fissato a velocità da record nel gennaio del 2013. Stesso ritmo innaturale, con la negazione in primo come in secondo grado di 171 testimoni a difesa, violando le norme del diritto europeo del giusto processo (articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani, art. 111 della Costituzione italiana)
3. CORTE DI CASSAZIONE, TERZO GRADO DI GIUDIZIO: 3 (tre) giudici su 5 (cinque)di estrema sinistra + uno di essi impacciato dall’incerta sorte del figlio magistrato. Questa corte non è il “giudice naturale”. Per poter predeterminare questi giudici la Corte d’Appello di Milano segnala che la prescrizione interverrà il 1° agosto 2013, quando nella realtà la data è quella del 26 settembre. Questa “fantasia” giuridica consente di assegnare la pratica alla Sezione Feriale (composta all’uopo), evitando che il processo sia messo a ruolo dalla Terza Sezione, specializzata in reati fiscali, la quale aveva il torto di aver già assolto Berlusconi dinanzi ad accuse basate su medesimi argomenti (inesistenti) di prova già il 6 marzo del 2013.
4. STRANEZZA ULTERIORE. Le motivazioni della condanna sono firmate da tutti i cinque membri della Corte. Perché? L’esperienza forense spiega questa firma in blocco con il fatto che il relatore non condivideva sentenza e motivazioni.
5. LA CASSAZIONE TRADISCE SE STESSA, salta a piè pari, contraddicendo la propria natura e il proprio dovere, le questioni gravi di diritto esposte dalla difesa. Nessuna risposta è stata data alle eccezioni dei legali di Berlusconi.
La sequenza drammatica qui esposta si spiega soltanto con l’intenzione preordinata di portare a compimento un’operazione politica. Un iter classico per un accanimento giudiziario teso a eliminare il leader del centrodestra dalla scena politica così da lasciare campo libero per l’ascesa indisturbata al potere della sinistra.
B) BERLUSCONI “SOCIO OCCULTO AL 50%” DI FRANK AGRAMA? FALSO!
1. Agrama ha testimoniato sotto giuramento che Berlusconi non è mai stato suo socio.
2. Agrama ha dichiarato di aver incontrato una sola volta Berlusconi negli anni ottanta.
3. Agrama ha sostenuto che Berlusconi non ha mai partecipato a nessuna trattativa di compravendita di diritti televisivi.
4. Nessun passaggio di denaro da Agrama a Berlusconi risulta dalle indagini effettuate dalla Procura di Milano in numerose banche europee.
5. Quelle stesse indagini hanno reperito invece conti di Agrama dove risultano agli utili derivanti dalla sua attività imprenditoriale di acquisto-vendita diritti.
6. Per Berlusconi, socio attraverso Fininvest al 50% di Mediaset, e socio occulto (sic!) di Agrama al 50%, sarebbe stato indifferente qualsiasi spostamento di prezzo dei diritti a danno o a favore di Agrama o Mediaset.
7. Se Berlusconi fosse stato socio di Agrama, questi si sarebbe rivolto a lui invece che pressantemente a dirigenti di Mediaset per ottenere la continuità del rapporto.
8. Il capo dell’ufficio acquisti di Mediaset ha preteso e ottenuto una tangente del 10 per cento da Agrama. Se Berlusconi fosse stato il socio, ne sarebbe stato informato, e il dirigente sarebbe stato immediatamente licenziato e denunciato.
Da questi chiari dati emerge come, attraverso Fininvest, Silvio Berlusconi sia parte lesa a causa del comportamento di un dirigente Mediaset infedele.
Questa non è una deduzione del Mattinale, ma è una determinazione cui è giunta la Corte di Cassazione stessa. Infatti nella sentenza del 18 magio 2012 la Seconda Sezione Penale della Suprema Corte, e dunque passata in giudicato, ha escluso espressamente che Silvio Berlusconi potesse essere stato socio di Frank Agrama (pag. 9 della sentenza).
In questa sentenza la Corte di Cassazione ha stabilito che:
1. Frank Agrama aveva un’azienda di compravendita diritti ed era quindi un intermediario (tra Parlamento e Mediaset) vero e non fittizio.
2. Il profitto realizzato da Agrama era un profitto “normale” e non “anomalo”.
3. I prezzi praticati a Mediaset erano prezzi di mercato e non prezzi illecitamente gonfiati.
4. Berlusconi non aveva poteri di intervento gestionale su Mediaset e non aveva comunque mai effettuato alcun intervento. Berlusconi quindi era ed è completamente estraneo al rapporto Agrama-Mediaset.
Questa sentenza definitiva della Corte di Cassazione è stata contraddetta dalla Corte della sezione feriale. La quale per arrivare a condannare Silvio Berlusconi ha malamente opacizzato le evidenze fattuali e logiche della Sezione penale. E cioè:
1. Frank Agrama è stato creato da Berlusconi per farne fittiziamente il mediatore a suo uso.
2. I profitti di Agrama erano esagerati.
3. I prezzi di vendita dei diritti a Mediaset erano gonfiati.
4. Berlusconi imponeva a Mediaset di acquistare i diritti di Agrama.
Perché questo rovesciamento? Vedi “Storia del processo Mediaset” come episodio culminante della “guerra dei vent’anni” condotta contro Silvio Berlusconi.
C) I VERI RAPPORTI TRA BERLUSCONI E MEDIASET. TOTALE TRASPARENZA
Quante bugie inventate e diffuse sul tema… Qualche nota utile a sbaraccare il castello delle menzogne ad uso della sinistra.
1. Mediaset ha sempre acquistato diritti televisivi a prezzo di mercato.
2. Mediaset ha sempre correttamente ammortizzato nei bilanci il costo dei diritti televisivi dividendolo in un numero di anni corrispondente a quello della durata dei contratti.
3. Mediaset non ha in nessun caso evaso il fisco e tantomeno operato una frode fiscale. Infatti:
a) Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, che ne firma i bilanci, è stato assolto.
b) I componenti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio dei sindaci, l’amministratore delegato, il direttore finanziario, il direttore fiscale non sono stati mai indagati e neppure interrogati.
c) Mediaset non ha approfittato del “condono tombale” del 2003 (governo Berlusconi), perché i suoi (dell’azienda) vertici avevano pieno convincimento della propria perfetta correttezza fiscale.
Questi elementi consentono istruttive deduzioni. Silvio Berlusconi azionista di Mediaset attraverso Fininvest:
1. Non aveva e non esercitava alcun potere di gestione su Mediaset.
2. Ammesso e non concesso che avesse avuto voce in capitolo, sarebbe comunque perfettamente innocente non avendo Mediaset commesso alcun reato di evasione o frode fiscale.
3. Nella ipotesi fantasiosa del terzo tipo che un simile reato possa esistere in qualche codice di un altro pianeta, si riferirebbe ad un sistema di compravendita di diritti risalente a trent’anni fa e dunque sarebbe prescritto anche su Marte o Saturno.
Tutto questo è accaduto e sta accadendo in Italia, dove, con l’eliminazione per via giudiziaria del nemico di sempre, si sta consumando un colpo di Stato, un golpe con le sue drammatiche conseguenze per la democrazia, senza che l’informazione dei cosiddetti giornalisti e dei Tg della Rai, di La7 e di Sky fornisca anche uno solo di questi elementi di verità.
Chi ama libertà e democrazia deve conoscere, studiare e diffondere in ogni ambiente la verità di questa tragica operazione di giustizia politica. Che non riguarda gli interessi personali di Berlusconi, ma il patrimonio di libertà e democrazia nostro e dei nostri figli.
Per approfondire su “Tutto quello che avreste voluto sapere sui diritti tv Mediaset e nessuno vi ha mai detto” leggi le Slide 327 www.gruppopdl-berlusconipresidente.it

Le amnesie sull’amnistia. Il caso Matteo Renzi
Matteo Renzi ha preso i peggiori difetti dei suoi compagni di sinistra che voleva tanto rottamare e poi asfaltare: l’incoerenza e la capacità di cambiare idea secondo la convenienza. Ripercorriamo l’evoluzione, nel giro di nove mesi, del Renzi-pensiero sull’amnistia e ne avremo una conferma:
Dicembre 2012. Marco Pannella inizia uno sciopero della fame e al leader dei Radicali arriva, come spiega su Il Giornale Stefano Zurlo, la lettera di un consigliere regionale a sostegno della sua battaglia sulle carceri e per la concessione di un provvedimento di clemenza. Questa lettera è firmata anche dal sindaco di Firenze che evidenzia come gli scriventi volessero farsi “carico della lotta per l’amnistia, per la giustizia e perla libertà, per il ripristino della legalità e del rispetto della dignità all’interno delle nostre carceri… Con grande apprensione e la piena solidarietà da oggi introdurremo nelle nostre priorità istituzionali le necessarie misure affinché si possa limitare e riparare il collasso della giustizia e della sua appendice ultima delle catacombe carcerarie, luogo di sofferenze atroci, di tortura e di morte quotidiana».
Ottobre 2013. Il presidente della Repubblica invia un messaggio alle Camere per denunciare la drammatica situazione delle carceri italiane e sollecita le forze politiche ad adottare “rimedi straordinari”, come l’amnistia, per mettere fine a una situazione insostenibile. Renzi non perde a tempo e a stretto giro commenta così le parole di Napolitano: “Io penso ai giovani. Questa è una cosa molto diseducativa. Non è che una volta ogni tanto ci accorgiamo che le carceri sono piene e allora apriamo le porte delle celle!”. Perché questo voltagabbana in meno di un anno? La spiegazione è semplicissima: Renzi oggi ha la necessità, per vincere le primarie, di conquistarsi anche l’elettorato più di sinistra che non vuole provvedimenti di clemenza, a maggior ragione se in questi potrebbe rientrare anche Silvio Berlusconi. E così Renzi fa una super piroetta e cambia completamente idea: l’amnistia non si deve fare. Rottamiamo l’incoerenza di Renzi.

Battiti e dibattiti tra noi. Prove di unità contro lo sciacallaggio del Pd
l destino della democrazia – e del Presidente Berlusconi – appeso ad un filo. Il 29 ottobre si conosceranno le modalità di voto sulla decadenza del leader del centrodestra. Ma il partito in queste ore dimostra compattezza ed unità. Un’unità affettiva e politica che emerge chiaramente dalle dichiarazioni che seguono.
Beatrice Lorenzin – (16 ottobre) – “Il tema della decadenza di Berlusconi è un tema drammatico per lui e il mio partito. E, secondo me, è drammatico anche per l’Italia. Liquidare così una stagione politica di 20 anni e’ per la maggior parte di noi inaccettabile, ma soprattutto credo che non faccia bene neanche al Paese”.
Maurizio Gasparri – (16 ottobre) – “La decadenza di Silvio Berlusconi rappresenterebbe una violazione dei principi costituzionali, perche si applicherebbe retroattivamente una legge, e questo contrasta con l’articolo 25 della Costituzione. Per quanto riguarda le modalità di votazione, ci sono precedenti e principi regolamentari che parlano chiaramente di voto segreto, e questa dovrà essere la procedura. Il tentativo, da noi vanificato, di modificare i regolamento appositamente per abolire il voto segreto, è la dimostrazione di quanto accanimento ci sia nel modificare contra personam le regole. Peraltro il voto segreto consentirebbe di eliminare quella sorta di ‘ricatto’ che graverebbe su molti parlamentari che col voto palese sarebbero vittima delle imposizioni di partito. Ora vedremo nel prosieguo della discussione, se questo tentativo di imporre il voto palese, contro tutti i precedenti e le regole, dovesse comunque proseguire. Tutto questo conferma una volta di più che livello di accanimento vi sia nei confronti di Silvio Berlusconi”.
Renato Schifani – (15 ottobre) – “Lamentiamo un atteggiamento che ci auguriamo sia rivisitato che ha deciso a maggioranza per la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Ove questo non dovesse succedere è evidente che i margini di agibilità politica della maggioranza si restringeranno sempre di più. Nella Giunta per le elezioni c’è stato un mancato ascolto delle nostre obiezioni sulla possibilità di ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte Ue sull’interpretazione di una norma in chiave retroattiva. Questo costituisce un vulnus per la nostra democrazia. E’ una questione che abbiamo posto in modo corretto, nelle sedi opportune e non nelle piazze. Non siamo stati ascoltati in nessun modo. C’è stata un’accelerazione dei tempi e si è votato a maggioranza. Lamentiamo un atteggiamento che ci auguriamo sia rivisitato.
Antonio Leone – (15 ottobre) – “Il Pd cerca di smaltire la delusione della mancata divisione in due tronconi del Pdl, attaccando il partito alleato sulla votazione palese o occulta circa la decadenza di Berlusconi. Brilla per sciacallaggio il solito Zanda, con un drappello di giustizialisti, tutti a invocare il voto palese per evitare che la libertà di coscienza dei senatori si esprima contro la decadenza del leader del centrodestra, riconoscendo così che è stato investito da un’ondata di vera barbarie istituzionale. Speriamo che il rinvio su tempi e modalità dello scrutinio, riporti equilibrio e saggezza fra gli interessati sostenitori del voto palese l’articolo 113 del regolamento del Senato non riconosce alternativa al voto segreto ed e’ soltanto risibile la tesi che questo voto, che deciderà del destino politico di Berlusconi, non riguardi la persona, così come espressamente prevede allo stato lo stesso regolamento”.
Pina Castiello – (15 ottobre) – “L’intenzione del Partito Democratico di chiedere il voto palese sulla decadenza del presidente Berlusconi è una vergogna. Il PD pur di far fuori dalla scena politica il leader del centrodestra votato da milioni di elettori, vorrebbe stravolgere il regolamento per procedere contro legge ad un voto palese. Il Pdl tutto deve chiedere con forza l’applicazione del regolamento e quindi che venga rispettato il diritto del senatore Berlusconi di avvalersi del voto segreto. Ora più che mai, come partito dobbiamo stringerci tutti intorno al nostro leader Silvio Berlusconi per evitare che ci sia l’ennesimo colpo di mano da parte del Partito democratico, che ancora una volta fa valere il principio che la legge in Italia e’ uguale per tutti ma non per Berlusconi, calpestando quindi il diritto e la democrazia in questo Paese”.
Roberto Formigoni – (15 ottobre) – “Si può essere ostili a Berlusconi, ma pretendere di votare a scrutinio palese (solo su di lui) è contro ogni regola democratica, è dittatura”.
Stefania Prestigiacomo – (15 ottobre) – “La vicenda relativa alla decadenza di Silvio Berlusconi è caratterizzata da una inarrestabile deriva democratica. Una pericolosa degenerazione determinata, oggi, dalla volontà del Pd di procedere con voto palese nonostante il regolamento preveda inequivocabilmente il voto segreto. Non solo dunque gli esponenti della sinistra scelgono di violare le norme stabilite, ma puntano a stravolgere la prassi parlamentare e ad imporre una diversa procedura volta a tutelare la libertà di coscienza del parlamentare. Un atteggiamento privo di onore, ipocrita e dannoso non solo verso il leader del Pdl ma verso tutti gli italiani che così non potranno avere la certezza di vivere in un paese nel quale è sacro il rispetto dei valori fondamentali della nostra democrazia”.
Deborah Bergamini – (15 ottobre) – “A giudicare dalla perseveranza nel chiedere il voto palese sulla decadenza del presidente Berlusconi, il Pd deve aver contratto dal M5S la sindrome da ‘Grande Fratello. Ci sono questioni rispetto alle quali la spettacolarizzazione e lo straripamento della visibilità pubblica devono lasciare il passo ad un più maturo e democratico rispetto per la libertà di coscienza di ciascun parlamentare. E’ in ballo una questione di rappresentanza di milioni di cittadini, non la si può ridurre ad una faida politica sulla pelle del popolo dei moderati”.
Annagrazia Calabria – (15 ottobre) – “Ieri era il rispetto delle regole, oggi, siccome quelle presunte regole non gli fanno più comodo, il Pd nella richiesta del voto palese si aggrappa a un’inedita quanto infondata idolatria della trasparenza. Insomma, i democratici sono nel bel mezzo di un’arrampicata sugli specchi pur di dissimulare dietro finti propositi l’unico obiettivo di sempre: la vendetta nei confronti di chi li ha sempre sconfitti, la vendetta nei confronti di Silvio Berlusconi”.
Osvaldo Napoli – (15 ottobre) – ”Il congresso del Pd, in corso da alcuni mesi, farà tappa nell’Aula di Palazzo Madama quando sarà il momento di votare la relazione della Giunta delle Immunità sulla decadenza del senatore Silvio Berlusconi. Quale altro significato attribuire alla richiesta di quel partito di votare con voto palese invece che segreto come vuole il regolamento ma, soprattutto, come vuole la coscienza sulle questioni che riguardano la libertà e la vita delle persone?. Dalle parti del Pd, però, la coscienza libera e’ qualcosa che fa ancora paura. Evidentemente il Partito (con la maiuscola, come usava un tempo) teme la solitudine dei suoi parlamentari di fronte alle rispettive coscienze. Perchè un voto segreto, quindi libero, potrebbe accentuare lo scompiglio dentro il Pd costretto magari a scoprire che vent’anni di feroce antiberlusconismo non sono stati sufficienti a portare all’ammasso la libertà dei parlamentari. Un partito che ha paura della libertà ha soprattutto paura di se stesso. Per questa ragione il Pd e’ condannato a perdere tutte le prossime elezioni. Con o senza Renzi”.
Mariastella Gelmini – (15 ottobre) – “L’intenzione del Pd di procedere con voto palese sulla decadenza del Presidente Berlusconi è un gesto abietto nei confronti della democrazia. Nel caso di pronuncia su singole persone, nella tradizione delle democrazie liberali ricorre il sacrosanto principio alla segretezza del voto: sia per tutelare la libertà di coscienza, sia per ubbidire al dettato costituzionale sancito dall’articolo 67 che vuole il parlamentare libero dal vincolo di mandato. E’ sempre più forte la preoccupazione sulla tenuta dei principi fondamentali che regolano un Paese civile. Questa è una pericolosa novità i cui danni non soffriranno solo Silvio Berlusconi ed il Pdl ma le libertà e le garanzie che i nostri Padri Costituenti ci hanno affidato”.
Daniele Capezzone – (15 ottobre) – “Se davvero il Pd insisterà per il voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi, sceglierà la via della barbarie. Per evidenti ragioni di odio politico, si prefigurerebbe un precedente inaccettabile rispetto al voto su persone, rispetto alla libera scelta dei parlamentari, rispetto alla stessa civiltà della discussione pubblica. Siamo dunque a questo?”.
Francesco Nitto Palma – (15 ottobre) – “Vi e’ unanimità, così si e’ pronunciato il presidente Grasso, nel ritenere non percorribile la strada della modifica dell’art.113 del Regolamento che, ove attuata rappresenterebbe una modifica ‘contra personam. Si e’ su una possibile interpretazione delle norme. M5S evidentemente ritiene che questa questione riguardi l’integrità del Senato e non la votazione sulla persona, e si e’ risposto che l’art.113 terzo comma parla espressamente di una votazione comunque riguardante la persona e questo deporrebbe per il voto segreto e ci si e’ aggiornati al 29 ottobre. In quella sede si riaprirà la discussione sulla base della relazione di sen Pd e Pdl con l’ausilio di precedenti”.
Sandro Bondi – (15 ottobre) – “Il fatto che il Pd si dichiari a favore del voto palese, a dispetto del regolamento vigente, della prassi parlamentare e dei principi più elementari posti a salvaguardia della libera coscienza dei parlamentari, e’ una vergogna e si spiega solo con la volontà da parte del Pd di mettere in discussione quel minimo di coesione e di rispetto reciproco su cui si può fondare una alleanza di governo”.
Saverio Romano – (15 ottobre) – “Il regolamento prevede per questi casi il voto a scrutinio segreto. Non si cambiano le regole di una partita in corso. E la partita è delicatissima, perchè è in gioco l’agibilità politica del leader del centrodestra”.
Fabrizio Cicchitto – (15 ottobre) – “L’opzione del Pd per il voto palese che viene adesso affrontata in Giunta del Regolamento è del tutto destituita di fondamento e ci auguriamo che venga vanificata dagli approfondimenti di tecnica costituzionale che non possono non essere fatti in quella sede”.
Renato Brunetta – (14 ottobre) – “Il ricatto è esattamente quello del Partito democratico. Che dice: accettate l’omicidio di Berlusconi senza fiatare, altrimenti facciamo del male all’Italia e ve ne daremo la colpa. Uno schifo inaccettabile e che non fa conto dell’intelligenza degli elettori. Obbedendo agli ordini di scuderia di un Epifani preda della sindrome del boia, si permettono attacchi furenti e offensivi anche personaggi di seconda fila come questo tal Danilo Leva, che scopriamo responsabile della giustizia del Pd. Costui, con una logica da quattro salti in padella e molta grappa, prima si inventa che il Popolo della Libertà propone ‘baratti tra governabilità e legalità’, e poi insulta definendo il Pdl ‘forza politica frutto di un pensiero politico che non esiste’. In realtà il nostro pensiero politico esiste eccome, e soprattutto è pensiero del fare. Esso prevede che non si possa uccidere la democrazia liquidando in nome di una legge incostituzionale il leader di dieci milioni di italiani”.
Immigrazione clandestina. Quel reato c’è in tutta Europa etta e la sinistra vogliono abrogare la legge Bossi-Fini e il connesso reato di clandestinità, come se bastasse questo per fermare i barconi della morte. Si tratta, ovviamente, di demagogia spicciola e nulla più, come la proposta del ministro Kyenge di introdurre lo ius soli, che diventerebbe una ulteriore calamita per far affluire in Italia nuovi flussi migratori. Il problema è enorme e andrebbe affrontato con serietà, non con gli slogan emotivi. A questo proposito, il Pd si rilegga quanto disse Napolitano sull’argomento, e cioè che sono la Francia, la Gran Bretagna e la Germania i Paesi europei a cui l’Italia deve guardare per aggiornare la propria politica in tema di immigrazione. Lì, parola del capo dello Stato, si procede “con serietà, evitando innesti frettolosi che si rivelerebbero artificiali e fragili”. In quale direzione muoversi? Ecco cosa prevedono le normative sull’immigrazione e sulla cittadinanza dei tre Paesi europei indicati dal presidente della Repubblica. 1. FRANCIA – Il testo fondamentale che disciplina l’immigrazione è il “Code del’entrée et du séjour des étrangers et du droi d’asile”, il Codice d’ingresso e di soggiorno degli stranieri e del diritto d’asilo. L’ordinamento francese, secondo quanto riporta un dossier del Servizio studi del Senato datato giugno 2008, permette due tipi di permesso di soggiorno: uno temporaneo, della durata massima di un anno (la “carte de séjour temporaire”), e uno a lungo termine (chiamata “carte de résident”) che è decennale e rinnovabile. È il prefetto a occuparsi di rilasciare i permessi. Per quello temporaneo l’immigrato deve disporre, ovviamente, di un regolare visto di ingresso. Ma soprattutto è tenuto a dare informazioni sul proprio stato civile, sulle finalità e sulle condizioni del soggiorno e sul possesso di mezzi di sussistenza adeguati. Inoltre deve essere in possesso di un certificato medico rilasciato con le modalità previste da un decreto del ministro della Sanità. Insomma, deve garantire di essere economicamente autosufficiente e in buona salute. Per il permesso a lungo termine il richiedente deve avere la residenza in Francia da almeno cinque anni, con continuità. Un articolo del Codice, invece, prevede che il rilascio della “carte de résident” sia subordinato all’ “integrazione repubblicana” dell’immigrato: alla base di tale integrità deve esserci l’impegno personale nella conoscenza e nel rispetto effettivo dei princìpi che reggono il sistema repubblicano. Fondamentale anche il raggiungimento di un determinato livello di competenza linguistica. Per valutare le condizioni di integrazione, l’autorità amministrativa tiene conto della sottoscrizione e dell’osservanza di un “contratto di integrazione e accoglienza”, (il “contrat d’accueil et d’intégration”), in base al quale il sottoscrittore si impegna a seguire specifici percorsi gratuiti di formazione civica e linguistica. Niente rilascio di permesso, temporaneo o a lungo termine, per il cittadino straniero che può costituire una minaccia per l’ordine pubblico. Tra le misure previste per chi non è in condizione di dimostrare di essere entrato regolarmente in territorio francese c’è l’accompagnamento alla frontiera. In Francia l’immigrazione clandestina è sanzionata penalmente: ai sensi degli articoli L. 621-1 del “Code”, lo straniero che entri o soggiorni in Francia senza i documenti richiesti per legge, ovvero si sia trattenuto sul territorio francese oltre il termine previsto dal suo visto d’ingresso, è punito con la reclusione di un anno e un’ammenda di 3.750 euro. 2. GERMANIA – L’ingresso e il soggiorno di cittadini stranieri in Germania è regolato da una norma del 30 luglio 2004. Anche qui sono previsti due tipi di soggiorno: temporaneo, la cui durata è collegata ai motivi del soggiorno, o permanente. Per ottenere il permesso di soggiorno in territorio tedesco un immigrato deve dimostrare di essere in regola con il passaporto o con altro documento di ingresso e di possedere adeguati mezzi di sussistenza. Per il rilascio del permesso di soggiorno permanente sono richiesti ulteriori requisiti. In particolare, il richiedente deve essere in possesso di un permesso temporaneo da almeno cinque anni, disporre di adeguati mezzi di sussistenza, aver versato contributi pensionistici per un minimo di 60 mesi, disporre di una situazione abitativa adeguata; deve poi essere in possesso di tutte le autorizzazioni prescritte per svolgere attività di lavoro dipendente o autonomo, non avere subito condanne penali negli ultimi tre anni e, oltre a una conoscenza adeguata del tedesco, avere una conoscenza di base dell’ordinamento della repubblica federale, nonché della storia e della cultura tedesca. Come in Francia, anche in Germania l’immigrazione illegale è reato: le sanzioni prevedono la reclusione, da uno a tre anni, e la sanzione pecuniaria. 3. GRAN BRETAGNA – Chi non è cittadino britannico, o di un paese del Commonwealth con diritto di ingresso, o di un paese dell’Unione europea, ha bisogno dell’ “entry clearance” per entrare nel Regno Unito: si tratta di uno specifico permesso rilasciato dal “Border and immigration Agency”, l’agenzia governativa che si occupa delle procedure di controllo dell’immigrazione. Il rilascio dei permessi è regolato dall’“Immigration Act” del 1971: la richiesta di soggiorno, di durata variabile, è subordinato alla dimostrazione da parte del richiedente di essere in grado di garantire e mantenere un alloggio per sé e per i propri congiunti (escludendo l’aiuto dei sussidi pubblici), nonché all’accertamento da parte di un ispettore medico di condizioni sanitarie soddisfacenti. Anche nel Regno Unito l’immigrazione clandestina costituisce un reato: in particolare è sanzionabile penalmente il cittadino straniero che entri o permanga in territorio britannico essendo privo del permesso di soggiorno o in violazione di provvedimenti di espulsione adottati a suo carico, o che abbia soggiornato in territorio britannico oltre il termine di scadenza del permesso. Nei confronti delle persone accusate di immigrazione clandestina il giudice procede con rito sommario (summary conviction): le pene previste hanno natura pecuniaria (ammenda fino a 5000 sterline) e detentiva (fino a sei mesi di reclusione) e possono essere comminate anche congiuntamente.
L’Europa che non ci piace. Perché in Francia vince la destra lepeniana. C’è del marcio in questa Europa. Un’Europa, quella oggi dominante, che non ci piace. Somiglia ad un grande cervellone buono solo a sfornare conti e numeri. A far quadrare i bilanci degli Stati-Nazione. Ma il vento della contestazione contro l’indifferenza di Bruxelles ha iniziato a levarsi. Come dimostra l’avanzata del FN, il partito di Marine Le Pen, capace di cavalcare questa onda. Conviene rifletterci.
Di seguito alcune delle sue proposte.
Mondialismo/Patriottismo: cade la classica dicotomia tra destra e sinistra. La vera sfida oggi è quella che si pone tra mondialisti e patrioti, tra chi ripone le aspettative nella schizofrenia di una globalizzazione incontrollata e chi invece vuole valorizzare i punti di forza del paese in cui vive.
Libero scambio/ Economia di mercato: l’ultra liberalismo non è la panacea di tutti i mali. Occorre creare un sistema in cui la libertà sia davvero garantita all’interno di una seria economia di mercato, pur ipotizzando barriere commerciali per contrastare l’avanzata della globalizzazione.
Finanza europea/Difesa delle imprese: i diktat della finanza europea (e mondiale) non sono più sostenibili; le economie degli stati membri dell’Ue sono al collasso. Di fronte ad un fisco vessatorio, occorre difendere i piccoli imprenditori, gli artigiani e i commercianti per instaurare una vera giustizia fiscale che contempli l’uscita dall’Euro e il ritorno al franco francese. È’ infatti probabile che il 30% del nuovo Parlamento europeo sia composto da partiti euroscettici (fonte: Financial Times, United by ostility, 16.10).
Lotta alla disoccupazione: drastica riduzione di tutto ciò che fa aumentare il costo del lavoro affinché l’individuo, la persona, sia di nuovo al centro del discorso e dell’azione politica. Rivalorizzazione delle pensioni modeste e dei salari per migliorare il potere d’acquisto.
Laicità dello Stato: no ai segni religiosi ostentatori; la repubblica non riconosce alcuna comunità; finanziamento privato per i luoghi di culto da parte dei fedeli.
Immigrazione: eliminazione di Schengen e restaurazione dei confini e sovranità nazionali. Il finto buonismo non paga, così come non serve il pietismo spicciolo. Sul punto Marine le Pen è categorica: “Se voi lasciate intendere a questi uomini e a queste donne che esiste la possibilità di essere regolarizzati, voi lanciate un segnale ad altri centinaia di migliaia”. (Alle recenti elezioni di Brignoles, il FN raccoglie non solo un voto di sanzione, ma soprattutto un voto di adesione. Fonte: le Figaro).
Per approfondire sulla Rassegna stampa estera di oggi leggi le Slide 383 www.gruppopdl-berlusconipresidente.it

Tivù tivù. Crozza e Fazio, miti infranti, poveretti
er la prima volta nella storia mondiale del technicolor l’umorista fustigatore dei costumi fa una gag non contro i potenti, ma per tutelare il suo appannaggio di giullare un tanto al chilo. Incassa malissimo la storia della trasparenza sui propri emolumenti, e morde chi prova a controllare il peso del lingottone d’oro che si è intascato. Parliamo di Crozza a Ballarò di ieri sera. Forse per questo le inquadrature della sua imitazione di Brunetta facevano vedere solo il ciuffo del capogruppo e non le tasche del capocomico.
Renato Brunetta è intervenuto ieri sulla verità di costi e guadagni di Fazio e di “Che tempo che fa”. Contro le bugie di comodo dette per salvaguardare il reddito milionario del conduttore (e la sua moralità).
“A Fazio, alla Todini, e a tutti quelli che sostengono che un compenso faraonico possa essere giustificato dal fatto che un determinato programma, in questo caso ‘Che tempo che fa’, porti alla sua azienda più ricavi che costi, più introiti che spese, rispondiamo che questo ragionamento non sta in piedi, è un assunto del tutto sbagliato. Il palinsesto delle reti televisive è diviso in fasce orarie, si chiama day time: in base alla fascia oraria nella quale è collocato un programma, cambia il potenziale pubblico televisivo. ‘Che tempo che fa’ è un programma di infotainment, costruito per fare intrattenimento e informazione, collocato nelle prime serate di sabato e domenica, le serate più appetibili televisivamente parlando. E’ una ‘macchina da guerra’ pensata e strutturata per fare share, ascolti, introiti pubblicitari. Ma questo non vuol dire che tutto ciò possa e debba essere destinato solo e unicamente a chi lavora nel programma o alla realizzazione del programma stesso.
In un’azienda sana, e a maggior ragione nella televisione di Stato, una trasmissione di questo tipo dovrebbe e deve servire per garantire alla stessa azienda la possibilità di fare altri programmi in altre fasce orarie, meno ‘nobili’, e che magari incassano molto poco dal mercato pubblicitario.
Una trasmissione come ‘Che tempo che fa’ dovrebbe e deve servire alla Rai per svolgere il suo ruolo di servizio pubblico.
Bene che esista e bene che vada a gonfie vele. Meno bene il fatto che le sue star si sentano autorizzate a chiedere e, ahimè, a ricevere compensi da nababbi. Non dovrebbe funzionare così. Gli alti introiti andrebbero redistribuiti all’intero dell’azienda per finanziare i telegiornali o i numerosi programmi che vengono realizzati con molte meno spese e che però sono il sale della democrazia e quindi del servizio pubblico che la Rai deve garantire.
Il resto è solo ipocrisia da parte di una certa sinistra, falsa moralista, che vuole continuare a pontificare indisturbata alle genti con la saccoccia ben rimpinzata dai danari”.

I retroscena, se la cantano e se la suonano
Verderami – Il Corriere della Sera: “Silvio e la chiamata per testare Alfano. ‘Quel voto su di me e’ inaccettabile’. E Angelino di rimando:’Presidente e’ un argomento legittimo. Posto in questo modo non posso darle torto’. L’intreccio: da una parte c’e’ l’allungamento dei tempo sulla decadenza, dall’altro l’ex premier che torna a mostrare una faccia feroce. A questo punto e’ arrivata la lotta interna, con il Cavaliere che di giorno propone ad Alfano la vicepresidenza della futura Forza Italia e di notte annuncia di voler azzerare gli incarichi e tenersi tutte le deleghe, con un patrimonio elettorale personale tra il 18 e il 20%. Sarà, ma se si arrivasse a una spaccatura del Pdl quel pacchetto di voti molto probabilmente si ridurrebbe, di sicuro non avrebbe più valore, sarebbe come una moneta fuoricorso”.
La Mattina – La Stampa: “Berlusconi evoca lo strappo. ‘Posso stare con i carnefici?’. Decadenza rinviata, ma e’ scontro Pd-Pdl sul voto palese. ‘E’ una situazione oscillante’, si limita a dire Cicchitto. Il loro timore e’ che i falchi siano usciti dalla porta e siano rientrati dalla finestra. Che l’ex premier abbia deciso di far saltare il governo con la miscela esplosiva della legge di stabilita’ e della decadenza. Una legge di stabilita’ che non piace proprio al Cavaliere. Alfano invece ne ha tessuto le lodi. La decisione sulla decadenza e’ slittata al 29 ottobre, e con la legge di stabilita’ a novembre, il voto potrebbe slittare a dicembre. Prima pero’ Berlusconi dovra’ trovare un accordo sulla gestione del Pdl. I suoi sondaggi gli dicono che c’e’ un’emorragia di consensi da quando e’ scoppiata la guerra. Molto difficile accontentare tutti”.
Ajello – Il Messaggero: “Berlusconi vuole di nuovo la crisi. I ministri pero’ puntano i piedi. Il Cavaliere rientra a Roma: ‘Voto a marzo’. Pressing delle colombe: ‘Follia lasciare Letta’. ‘Se mi accoltellano scateno la crisi!’. Ma siccome Berlusconi non ha nessun dubbio su quello che chiama il ‘berlusconicidio’ che avverra’ in Senato, ieri Grazioli sembrava un bunker in piena guerra. Nei colloqui con Alfano, con cui cerca di non rompere, e’ sempre più a disagio. I falchi lo eccitano alla pugna. Gli alfaniani cercano di minimizzare ‘Sono solo sfoghi del momento, capisce anche lui che lo strappo non conviene’. I conti di Verdini in Senato sugli azzurri pronti alla crisi tranquillizzano gli anti-governisti: ‘Lanciamo subito Forza Italia come partito di lotta, questo governo non e’ il nostro’. Gli alfaniani ribattono:’Siamo in larga maggioranza e siamo pronti al gruppo autonomo. E ieri erano tutti contenti per l’arrivo nella loro schiera di Jole Santelli”.
Colombo – Il Foglio: “Il Cav medita di ritentare la spallata a Letta (e fa proposte ad Alfano). Al centro della strategia, tuttavia, come variabile decisiva c’e’ l’eventuale voltafaccia di Alfano. Sara’ capace di mollare i suoi seguaci gia’ sull’orlo della scissione? Dicono che Berlusconi abbia messo in conto anche un (probabile) diniego del segretario, dicono che andrebbe avanti lo stesso. Ieri il Cav avrebbe dovuto incontrare Alfano, oggi Fitto. Il primo e’ rimasto bloccato in un complicato Cdm. Fitto passeggiava con aria soddisfatta in Transatlantico. Quanto ai peones (i falchi come le colombe) avevano una sola faccia, quella dello stupore:’Rompiamo di nuovo? Ancora? Non e’ possibile…”.
D’Esposito – Il Fatto Quotidiano: “Silvio riabbraccia i suoi falchi. Con lui finisce pure il governo. In casa Pdl appare evidente che Alfano abbia perso l’attimo. E ora si ipotizza: fara’ la fine di Mastella. Sembre che a B. non riesca il miracolo di svincolare Alfano e le colombe dal patto con Napolitano e Letta, argomento forte in questo senso sono i soldi. Gli scissionisti dovrebbero fare a meno delle casse berlusconiane. Un handicap non da poco. Ed e’ per questo che e’ iniziato un insistente pressing sui parlamentari più facoltosi. Il più corteggiato e’ Angelucci, legato ai falchi di Verdini (se non altro perche’ questi gli deve 15 milioni di euro), ma il suo giornale ha scelto una linea favorevole ad Alfano. Un segnale non secondario. Se Berlusconi portera’ avanti la linea del ‘mai con i carnefici’ mettendo in conto la scissione, la testa di Sallusti non rotolera’, a differenza di quanto chiesto ieri sera a Grazioli da Alfano, presente Gianni Letta”.
Russo – Libero: “Berlusconi avvisa Alfano: questo governo non va. Il Cavaliere di nuovo pronto alla crisi: la legge di stabilita’ e’ ridicola. E ai suoi rivela la pazza idea: si vota a marzo e mi candido. Stamattina alle 11 vede Fitto. Ministri nel mirino, ai quali Berlusconi continua a non perdonare la ‘timidezzza’, accusati di collusioni con i democratici e il Quirinale”